Boys Do Cry (2023-)



























Il primo sangue maschile non lascia tracce visibili.

Il semenarca — la prima eiaculazione — è un rito di passaggio tanto universale quanto rimosso.
Non viene raccontato, non viene spiegato, non viene condiviso.
Accade nel silenzio, spesso nella vergogna, quasi sempre in solitudine.

Boys Do Cry nasce da questa assenza.

Partendo da un evento biologico fondativo, il progetto indaga il modo in cui la società occidentale costruisce l’identità maschile: una narrazione che esalta la virilità come potenza, dominio, prestazione, e che al tempo stesso censura ogni forma di fragilità, dubbio o vulnerabilità. La sessualità maschile viene celebrata, ma mai davvero compresa; normalizzata come gesto performativo, mai riconosciuta come esperienza emotiva.

Il corpo del bambino che diventa uomo non è educato, ma addestrato.
Il desiderio non viene spiegato, ma imposto.
La paura non trova linguaggio.

In questo sistema, la donna viene alternativamente sessualizzata o demonizzata, mentre l’uomo viene spinto a incarnare un modello di forza muta, incapace di nominare il proprio corpo e le proprie emozioni. Il risultato è una cultura che produce ignoranza, disinformazione e isolamento, proprio nel momento in cui la conoscenza sarebbe più necessaria.

Attraverso un approccio fotografico e concettuale, Boys Do Cry restituisce visibilità a ciò che il patriarcato preferisce non vedere: la vulnerabilità maschile come spazio politico, il corpo come archivio culturale, il silenzio come forma di violenza.

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